Quanto segue si propone di definire quali sono i criteri che conferiscono
“liturgicità” ad un canto. Il primo parametro di valutazione, è il testo: il valore di un canto sta in primis nella correttezza
teologica e letteraria del testo. Non
basta la sola scelta di un canto orecchiabile o dell’ultimo album del nostro
compositore preferito; se nel testo mancano le due dimensioni, il canto risulta
monco, fuori posto e quindi propriamente a-liturgico.
I
canti destinati, o comunque eseguiti, nella
Liturgia, aventi un profilo letterario di basso livello, a
mio modesto parere, risultano un “flop”! In merito la Sacrosanctum concilium così recita:«I testi siano conformi alla
dottrina cattolica, anzi siano presi di preferenza dalle Sacre Scritture e
dalle fonti liturgiche» (n°121) volendo così salvaguardare l’assioma “Lex orandi statuat legem credendi”; il
nostro modo di pregare regola il
nostro sentire la fede, ossia la nostra stessa fede. Nella liturgia e in
particolare nel canto liturgico non tutto ciò che è bello è lecito, non tutto
ciò che è gradevole è buono. Quindi è realmente importante, prima di qualsiasi
cosa, vagliare e controllare i testi che cantiamo, privilegiando inni poetici,
salmi, passi della Sacra Scrittura, facendo soprattutto attenzione ai testi
delle antifone del Proprio, poiché sono ancora i testi ufficiali contenuti dai
libri liturgici. Tali antifone infatti, ci aiutano a rivestire di “abito
testuale” i canti; il Proprio contestualizza e caratterizza la celebrazione che
stiamo vivendo. Il Messale Romano di Paolo VI ha conservato l’antifona
d’ingresso e l’antifona alla comunione: buona e santa abitudine potrebbe essere
quella di aprire il Messale, controllare le antifone della domenica e cercare
quei canti con i testi più affini alle suddette antifone, per rinnovare sempre
la ministerialità della Musica Liturgica.
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