Il canto sacro ha sempre avuto una particolare funzione nelle celebrazioni religiose presso
tutti i popoli ed in particolare presso il popolo di Israele. Il popolo di Dio
infatti, dopo essere stato liberato dall’oppressione egiziana, innalza al suo
Liberatore un canto di lode e di ringraziamento. Il testo di Esodo 15(vv.
1-21), chi abbiamo cantato nella Veglia Pasquale, è la prima menzione del canto
che si trova nelle Scritture. Questo canto di vittoria è la tematizzazione di tutto quello che il Signore ha compiuto
per Israele; è l’occasione per un ricordo grato di tutte le Sue meraviglie, una
sorta di Te Deum di ringraziamento. Il
poeta sottolinea il legame di Dio con il suo popolo: di fronte a Dio che guarda
in prima persona il suo popolo, le nazioni sono terrorizzate. Dio diviene la
gloria del suo popolo, il quale è grato per essere il “prediletto” ed è sicuro
che Dio lo condurrà nel «luogo della tua dimora», il monte di Sion. Questa modalità
di preghiera ha un’unica sorgente, sia nel popolo di Israele, sia nella Chiesa:
gli strumenti, la voce, la musica, il canto, superano la valenza comunicativa
della semplice parola. Essi oltrepassano il timpano, restano nelle mente, per
poi scendere nel cuore di chi ascolta e di chi la canta: la musica è il
linguaggio che solo l’amore decodifica. La storia di Israele, altro non è che
una storia di amore, un amore per il quale Dio «ha mandato il Figlio» (Gv 3,
15). Continuando a leggere i Vangeli con questa chiave ermeneutica, ci balzerà
subito agli occhi la pericope di Marco 2, 19 in cui Gesù, parlando del digiuno,
si autoqualifica come «lo Sposo». E la sposa? Chi è? La dimensione del
banchetto nuziale è cardine del libro che chiude le Scritture: l’Apocalisse. Il
canto del servo di Dio Mosè diventa il canto dell’Agnello, tutto il popolo di
Dio, la sposa adorna canta l’inno di vittoria dell’amore al suo Sposo. Buona Pasqua a tutti.
Nessun commento:
Posta un commento